La Nuova Sardegna, LUNEDÌ, 04 GIUGNO 2012, Pagina 9 – Ed_Cagliari

Il futuro è nell’economia del paesaggio
Il botanico Camarda: «Biodiversità, sapori genuini, territori integri: i parchi possono dare impulso allo sviluppo locale»
ieri, oggi e domani di Giacomo Mameli-
Due belle cestinaie di Urzulei – Ofelia Anedda di 72 anni e Andreana Fronteddu di 55 – smettono di intrecciare le strisce di asfodelo per i loro cestini-gioiello che devono sgomitare col made in Taiwan e Singapore molto sponsorizzato dai mercanti sardi di falso artigianato sardo. Tengono in mano i ferri del loro mestiere e del saper fare, coltello e punteruolo (sa sula, s’arraiu) ottenuto o da una tibia di bue o dal corno di una capra o muflone. Vogliono ascoltare la lectio magistralis del botanico dell’università di Sassari Ignazio Camarda che, nella quarta giornata dell’Archeologia sperimentale, porta in cattedra l’età del legno, quasi una rivincita sui convegni dove il passato remoto è solo il ferro, il bronzo, la pietra, i metalli. A S’Irighinzu (nome sardo della Vitalba clematix, vite bianca, ottimo giunco palustre per costruire cestini e grandi ceste, abbondantissimo sulle sponde del lago Omodeo) ci sono nomi top dell’archeologia internazionale. David Crow è giunto dalla California per incantare gli studiosi sulle proprietà di un albero sacro e medicinale, il Palo Santo, usato per rituali spirituali. Dall’università di Granada sono giunti Juan Antonio Camana Serrano, Gabriel Martin Fernandez e Liliana Spanedda. Ci sono i sardi Mauro Perra, Alfonso Stiglitz e Mauro Marchetti. Luisa Ledda e Marianna Usai parlano di erbe tintorie (la più gettonata è la verde Daphne dalle bacche rosse). Si racconta la storia dei legni utilizzati come utensili già da 600mila anni («anche allora c’erano ingegneri e maestri d’ascia»). Gli organizzatori – il Comune e l’Associazione Paleworking Sardegna che ad Ardauli ha il suo centro d’elezione – sono strafelici perché è giunta tanta gente a far le prove con l’arco sperimentale, tutti convinti che «l’economia del paesaggio deve innescare un’inversione di rotta nello sviluppo soprattutto delle zone interne dell’isola. Il traguardo è ambizioso ma si può tagliare perché le competenze sono tante, e non solo nelle università. I saperi locali tradizionali sono diffusi, costituiscono un serbatoio di ricchezza che non può andare dissolto. Si tratta solo di saperlo mettere in campo». La conclusione di Ignazio Camarda è accolta da applausi anche perché, nel corso della conferenza sotto i lecci, si è soffermato sul «grande patrimonio botanico dell’Isola» per sostenere che «l’economia dovrebbe essere un mosaico di tante peculiarità che possono consentire creazione vera di posti di lavoro e valorizzazione di risorse naturali». Camarda parla del sughero e del mirto ma denuncia le occasioni mancate della messa a frutto finanziario delle erbe medicinali e officinali che «fanno della Sardegna un serbatoio ricchissimo». Non da oggi. Camarda rivela che nel 1926 ricercatori dell’università di San Pietroburgo, in Russia, erano giunti nell’isola per raccogliere il germoplasma di alcuni cereali (grano, orzo e avena) conservati nel centro Vavilov insieme ad altri 230mila campioni di semi provenienti da tutto il mondo. A luglio gli scienziati russi saranno ospiti a Sassari del Centro della biodiversità presieduto da Camarda con lo scopo di «riproporre le coltivazioni antiche e ritrovare i sapori genuini, non massificati dalla globalizzazione anche in agricoltura». L’attenzione è massima. Perché lo stimolo a riscoprire «il valore economico della terra, della campagna, del bosco, delle foreste» viene da un docente universitario che ha speso la vita in una missione laica di sensibilizzazione ai temi ambientali. Quinto di otto figli, nato a Nuoro da una famiglia di Orani (la mamma Maria Francesca Beccu, il padre Antonino, contadino raffinato, «curava l’orto come un giardino imperiale») frequenta l’università a Torino e si laurea a Cagliari. Discute la tesi sulla montagna sacra che il suo paese divide con Sarule, il Monte Gonare. Pubblica con Franca Valsecchi “Alberi e arbusti spontanei della Sardegna”, libro che nel 2008 ottiene il premio mondiale al congresso dei botanici ad Antalya in Turchia. Nella motivazione si parla, fra l’altro, di una “iconografia eccellente” per un volume “punto di riferimento per tutta l’area del Mediterraneo”. È Camarda a fare studi in Tunisia, Marocco e Ciad e imminente sarà la prima pubblicazione sulla flora su quest’ultimo Stato dell’Africa centrale. In Sardegna ha condotto – e continua a condurre in mezzo a contestazioni mirate – battaglie epiche per il Parco dell’arcipelago di La Maddalena e soprattutto per l’istituzione del Parco del Gennargentu «che resta la proposta più seria, più ragionata sullo sviluppo reale, scientifico ed economico dell’area fra Barbagia e Ogliastra». Nel raffronto anche con altre parti d’Italia e del Sud la Sardegna ha punti di vantaggio eccezionali. «Se nelle altre regioni il rapporto fra naturalità e artificialità si è ridotto ormai al 10 per cento, con territori totalmente stravolti da una edilizia spesso senza senso e selvaggia, da noi il rapporto è ancora capovolto perché il suolo è rimasto sostanzialmente integro. Questo è un bene incommensurabile ma non abbiamo la volontà, l’intelligenza, l’acume politico per portare a reddito questo plusvalore ambientale. Che è lungo le coste ma lo è anche nelle zone interne. Penso agli spazi, alla dolcezza dei panorami del Mandrolisai, tra Sorgono e Atzara. Penso a questo specchio d’acqua sul lago Omodeo che non offre una sola occasione di lavoro. Ed è oggi miracoloso vedere tanti giovani impegnati a organizzare, con professionalità, un convegno internazionale in uno dei Comuni più piccoli dell’Isola. Ma siamo alle eccezioni, non alle regole. Perché? Perché siamo distratti. Perché non si è investito sulla ripresa economica dei paesi che sono l’ossatura della Sardegna». Pessimismo ad oltranza? «No». Camarda spiega: «Negli ultimi anni anche la Confindustria nuorese – prima col presidente Riccardo Devoto, recentemente con Salvatore Nieddu – ha riportato in primo piano l’idea del Parco del Gennargentu come molla di sviluppo locale. Perché Gennargentu vuol dire migliori condizioni di vita agli allevatori che saranno i veri animatori del Parco stesso dove potranno vendere i loro prodotti a flussi di visitatori che vanno saputi calamitare. Parco vuol dire garantire lavoro agli artigiani nei loro paesi e non in villaggi-turistici-ghetto. Parco vuol dire ricerca scientifica, studio della flora e della fauna, della geologia, dell’etnologia, della cultura e della letteratura locale. Parco è interesse pubblico, di tanti, non lobby privata, di pochi. Dobbiamo tornare alle radici, evitando contaminazioni. Faccio un solo esempio. Molte coltivazioni di elicriso, in Sardegna, vengono fatte con piante importate dalla Corsica dove esiste un centro di certificazione. Da noi non c’è. È assurdo. Così succede per il grano: le sementi arrivano da fuori perché non abbiamo creduto nel valore economico delle nostre produzioni di pregio». Così la Palearcheologia diventa occasione per parlare di economia domestica. «Ma – conclude Camarda – c’è uno iato, una frattura netta tra le esigenze reali e le decisioni politiche. La speranza sono i giovani che hanno organizzato questo incontro. Col mondo, dopo gli Erasmus, dopo gli Intercultura, si sanno confrontare. Sono il volto della Sardegna migliore». Le due cestinaie di Urzulei ascoltano e applaudono. Finito il meeting riprendono a intrecciare asfodelo. È il made in Sardinia che non tramonta.La Nuova Sardegna, 4 giugno 2012